Giovanni Floris

Giovanni Floris

Giornalista e conduttore televisivo

Sono nato a Roma il 27.12.1967, sono sposato con Beatrice ed ho due figli, Valerio e Fabio. Sono un giornalista, conduco Di Martedì dal 2014, scrivo e pubblico saggi sulla società italiana. Ho sempre sognato di fare il mestiere che faccio.

Per prenderla alla lontana, posso dire che ho studiato al Liceo Classico e che mi sono laureato in Scienze Politiche nel 1991 alla Luiss di Roma, con una tesi in Sociologia politica dal titolo “Capitale e lavoro: dallo scontro alla cooperazione conflittuale?”. La tesi analizzava le relazioni industriali in Italia, dal dopoguerra ai giorni nostri. Erano gli anni in cui si lavorava alla cosiddetta “concertazione”, il sistema grazie al quale sindacati e imprenditori riconoscono la legittimità dei rispettivi interessi e accettano di aprire negoziati su ogni questione. Il livello superiore, quello della politica dei redditi, vede negoziati triangolari, con sindacati, imprenditori e Governo.

La tesi vinse il premio “Mondoperaio”, e questo mi portò a collaborare con studiosi del settore come Gino Giugni e Luciano Pellicani, oltre a permettermi di collaborare con riviste del settore (naturalmente Mondoperaio, poi Nuova Rassegna Sindacale, la rivista della Cgil, e Lavoro & Informazione).

Con i giornali avevo avuto giusto qualche piccolo contatto appena iniziata l’Università: avevo collaborato con il Messaggero, inserto Quartieri, pubblicando due articoli: il primo su un quartiere romano, Casale Rocchi, che chiedeva una linea di autobus, il secondo su un negozio di magia che aveva aperto a Talenti, un altro quartiere della mia città. Per tutto il periodo dell’Università cercai di rimuovere l’idea fissa che mi inseguiva da sempre, fare il giornalista. Mi convinsi da solo che non ce l’avrei mai fatta, perché all’epoca “entrare nel giro” era veramente difficile. Le scuole di giornalismo stavano appena nascendo, e nella categoria si entrava solo per cooptazione. La tesi di laurea ed il premio Mondoperaio invece mi permisero di ottenere una sostituzione maternità all’Avanti!, e, prima ancora che il contratto terminasse, vinsi il concorso per frequentare la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia, primo biennio.

Mi trasferii in Umbria, per due anni frequentai i corsi, poi superai l’esame da giornalista. In questo periodo continuai a collaborare con un certo numero di riviste e con lo staff di Gino Giugni. Cominciò poi l’epoca dei “contrattini” Rai, uno dopo l’altro, sempre all’economico del Gr1 prima, del Gr unificato poi. Ebbi così la fortuna di lavorare con direttori come Livio Zanetti, Giancarlo Santalmassi, Stefano Gigotti, Piervincenzo Porcacchia, Claudio Angelini (che poi rincontrerò alla sede di New York), Alberto Severi, Marcello Sorgi, Andrea Valentini. Colleghi come Andrea Vianello, Luca Mazzà, Filippo Nanni, Roberto Pippan, Mirella Lentini, e tanti altri.

Tra un contratto e l’altro lavoravo anche per l’Agi, l’agenzia Italia, una redazione fantastica che mi ha permesso di conoscere il giornalismo di agenzia, quello forse più vero e divertente, quello dove vivi a contatto diretto con la fonte e dove scopri la bellezza della Notizia. Collaboravo anche con l’Ediesse, la casa editrice della Cgil: all’inizio correggevo le bozze dei libri di altri, poi mi diedero da seguire i primi lavori miei.

Alla fine curai l’edizione della Guida al lavoro Cgil per quattro anni consecutivi, pubblicai “I miei primi 25 anni”, una guida alla legislazione sociale sui giovani, “Ma che volete da noi” (con Beatrice Mariani), un bel libro, davvero, un libro che metteva in parallelo la letteratura italiana del 900 con la condizione femminile nel nostro Paese. Poi “Tossicoindipendenze” un testo sulla legislazione italiana in tema di droga. Nello stesso periodo cominciai a collaborare con la cattedra di scienza della politica alla luiss di Roma, dove tenevo seminari periodici organizzati dal professor De Mucci.

Nel 1996 arrivò l’assunzione al Giornale Radio Rai. L’azienda rispettò l’impegno preso con i vincitori del concorso di Perugia, ma a firmare la richiesta fu Paolo Ruffini, il direttore cui probabilmente devo più che ad ogni altro. Tornai a lavorare alla redazione economica, poi col tempo passai ad affiancare al lavoro da inviato le conduzioni. Come conduttore lavorai a “Baobab, notizie in corso”, “Senza Rete”, “Radioanch’io”, oltre a condurre più volte le edizioni del mattino ed i fili diretti speciali.

Come inviato mi tolsi, probabilmente, le soddisfazioni maggiori. In Indonesia, Giappone, Thailandia, Cina seguii la crisi delle Tigri Asiatiche, in Cile, Argentina, Brasile,studiai l’economia sud americana, in Irlanda, Inghilterra, Svezia, Spagna, Belgio, Olanda, Lettonia, Ungheria lavorai sul processo di integrazione delle economie europee. In Germania scovai un documento riservato del Governo che promuoveva i conti pubblici italiani. Il ministro Waigel fu costretto a confermare la valutazione positiva. Una lunga inchiesta negli Stati Uniti mi permise di conoscere a fondo un mondo nel quale avrei avuto in seguito l’opportunità di lavorare. Per il Giornale Radio seguii la nascita dell’Euro, i principale summit internazionali e l’intero sviluppo del movimento no global, fino ai fatti di Genova che mi trovai a raccontare come inviato. Nel 2000 vinsi il premio Saint Vincent grazie ad un’inchiesta sull’Inps che portò il Governo ad annullare una serie di atti che l’Istituto aveva varato.

Nell’estate del 2001 coprivo la sede di New York. Lì mi trovai a vivere la tragica esperienza dell’11 settembre. L’esperienza umana fu drammatica, quella professionale massacrante. Eravamo solo in tre a coprire i fatti per l’intera struttura informativa Rai. In quatto giorni (il tempo in cui riuscirono ad arrivare negli States gli altri colleghi) dormii si e no cinque ore. In seguito fui nominato “sul campo” corrispondente dagli Stati Uniti. Ricordo che fu Paolo Ruffini ad avvertirmi, mentre ero a Washington, per raccontare il terrorismo all’antrace. Ero sotto cura anti antrace, perché mi ero avvicinato troppo ad una lettera tossica, e il mio Direttore mi comunicò la nomina, da lui proposta e sostenuta da Albino Longhi, Clemente Mimun, Antonio Di Bella. Mi trasferii, con mia moglie, a NewYork. Un anno dopo mi telefonò di nuovo Ruffini, che era diventato direttore di Raitre, e mi disse: “torneresti per fare il conduttore di prima serata?”.

La risposta la conosciamo. Ballarò è durato 12 anni, poi sono passato a la7.

La centralità di Ballarò rispetto al dibattito politico ed economico, l’ampio numero e l’autorevolezza degli ospiti coinvolti, i risultati d’ascolto che hanno da sempre comportato ottimi risultati anche sul fronte degli investimenti pubblicitari, confermano che il programma ha saputo intercettare l’interesse del pubblico quale che fosse il contesto politico in cui si trovasse ad operare. Evidentemente la formula di Ballarò ha saputo tener vivo l’interesse del suo pubblico, riuscendo a conquistarsi sempre maggior spazio. Sempre siamo andati avanti col metodo Ballarò: affrontare i problemi con la logica, approfondendo i temi con rigore, onestà intellettuale e competenza, a volte con un po’ di ironia.

Sono stati anni molto impegnativi, gratificati da un crescente successo che il pubblico ha voluto consolidare. Personalmente ho avuto l’orgoglio di partecipare (con Paolo Ruffini, Fernando Masullo, Andrea Valentini, Lello Fabiani, Stefano Tomassini, Mercedes Vela Cossìo e Federico Geremicca, Beatrice Serani e tutta la redazione, oltre allo studio guidato dal regista Maurizio Fusco e, naturalmente, a Maurizio Crozza) alla creazione di quella che con il tempo è diventata una testata autorevole, un programma che ha saputo aggiungere un punto di vista sulla realtà che prima mancava. Un programma che ci piace immaginare come un programma moderno, coraggioso, di ispirazione pragmatica ma con profonde e solide basi ideali. Ho avuto l’opportunita’ di cercare notizie, di fare cioè’ il mio lavoro di giornalista, ed ho avuto la possibilità’ di apprezzare ed affinare un mestiere interessante, come quello del conduttore.

Adesso è arrivata l’ora di cambiare, e a la7 tornerò il martedì sera con il talk show di Martedì.

L’altra mia passione è scrivere. Con l’autore dei “muri” di Ballarò, Lorenzo Terranera, ho scritto “Storie di bimbi senza storia” e “TU6“, lavori per sostenere l’Unicef. Nel 2005 mi è stato affidato il corso di Comunicazione televisiva all’Università di Teramo, ma quest’anno ho deciso di lasciare la cattedra; Ballarò è sempre più impegnativa, e non sarei più riuscito a seguire gli studenti in maniera seria. E per far male le cose…. meglio non farle!.

Ci sono infine le inchieste, la saggistica. Dopo “Una cosa di centrosinistra” (Mondadori), ho pubblicato “Monopoli” (edizioni Rizzoli, un viaggio nell’economia italiana dei privilegi e delle caste”) e “Fatti chiari“, scritto insieme a Filippo Nanni e a Pergentina Pedaccini (edizioni CDG, un manuale sul linguaggio giornalistico). Poi è stata la volta di “Risiko: i veri problemi degli Italiani, le finte guerre della politica”. Nel 2007 è uscito “Mal di Merito“. Nel 2008 è la volta de “La fabbrica degli ignoranti“, l’inchiesta su scuola e università, che in qualche modo conclude il ciclo che con Rizzoli abbiamo voluto dedicare alla formazione degli italiani ed alla struttura del nostro Paese. Nel 2009 è stata la volta di “Separati in patria”, un’inchiesta che racconta la nostra penisola, spaccata drammaticamente tra Nord e Sud. E poi in sequenza: “Zona retrocessione” (2010) sulla crisi dell’economia italiana che la classe politica continuava a non voler affrontare, “Decapitati” (2011) sulla parabola della classe dirigente italiana, che di lì a poco sarebbe stata commissariata da Mario Monti ed i suoi tecnici, e “Oggi è un altro giorno” (2013), analisi della politica che verrà.

Nel 2014 ho realizzato il mio primo romanzo, Il Confine di Bonetti, poi sono venuti La prima regola degli ShardanaQuella notte sono io,  Ultimo Banco e ora L’invisibile.